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Brindisi, 05/05/2010

   

«Rigassificatore, sicurezza impossibile»
Imposta zona off limits di due chilometri

 

Quale esempio di misure di sicurezza è più adatto per il caso del rigassificatore di Brindisi: Barcellona, come piace a Brindisi Lng, oppure Rovigo? Per il fronte ambientalista che raccoglie 14 associazioni non ci sono dubbi. Bisogna prendere come riferimento Rovigo, perché è il rigassificatore entrato in funzione su una piattaforma al largo delle coste del Polesine a mettere in mora ciò che sostiene la società incaricata da British Gas di realizzare il progetto di Capo Bianco. Ma in fondo, anche Barcellona non copre quella che gli ambientalisti definiscono ancora una grossa mistificazione dei parametri di rischio reale cui la città verrebbe sottoposta. Tutto ciò è stato spiegato e ribadito ieri mattina chiamando in causa normative internazionali sulla sicurezza della vita in mare, convenzioni e regolamenti sottoscritti da numerosi Paesi dotati di marina mercantile come l’Imo (International Maritime Organization), un’agenzia dell’Onu che 166 nazioni aderenti.

Per il rigassificatore di Rovigo, che si trova su una piattaforma in cemento armato a 15 chilometri al largo, la Capitaneria di Porto di Chioggia ha varato un «Regolamento di sicurezza e polizia marittima» che stabilisce una zona di sicurezza assolutamente interdetta ad altre unità, che non siano le gasiere o i mezzi al servizio del rigassificatore e quelli delle forze di polizia, del raggio di 2mila metri. Inoltre impone una zona Atba (Area To Be Avoided/Mandatory No Anchoring Area), del raggio di 1,5 miglia nautiche dal rigassificatore, poco meno di 3 chilometri, in cui sono vietati ancoraggio, pesca e accesso a navi di stazza pari o superiore alle 200 tonnellate, con severe prescrizioni per le altre. Gli ambientalisti brindisini, ieri mattina, hanno graficamente trasferito la somma delle disposizioni di sicurezza imposte da un comandante di Capitaneria di Porto per un rigassificatore a 15 chilometri dalla costa, ad un rigassificatore che invece dovrebbe sorgere all’interno del porto e a poco più di tre chilometri dalla città di Brindisi.

Nel primo cerchio, quello dell’interdizione assoluta, rientrano l’ingresso/uscita del porto, quasi tutta la zona industriale con gli impianti del Petrolchimico e il già esistente deposito di gas propano, la base di addestramento della Forza da Sbarco, la nuova banchina commerciale di Costa Morena Est, il molo carbone dell’Enel, il molo gasiere di Polimeri Europa, la centrale termoelettrica di Edipower e quella a turbogas di Enipower. Nella circonferenza con raggio di un miglio nautico e mezzo bisogna aggiungere anche il porticciolo turistico, l’area di Costa Morena Ovest utilizzata dai traghetti passeggeri con stazione marittima, l’intera zona industriale, l’area monumentale di Forte a Mare. Se a Chioggia per un impianto così lontano dalla costa si è scelta la già citata strada per evitare ogni fattore di rischio, cosa accadrà nel porto di Brindisi? Qui vale o non vale la circolare Imo Sn1/257 dell’11 dicembre 2006 sulla sicurezza della disciplina del traffico marittimo? A meno che, dicono gli ambientalisti Brindisi, la British Gas sostituendosi alle amministrazioni locali nel decidere che tipo di sviluppo dovrà avere il porto, e il ministero valutando con pesi e misure diverse il diritto dei brindisini alla sicurezza, non abbiano deciso che questa città è una zona franca.


 

Da corrieredelmezzogiorno.corriere.it

 

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